L’abitato protostorico di Monte Croce Guardia è collocato tra i 650 e i 670 metri sul livello del mare nel territorio di Arcevia. Le prime notizie di rinvenimenti archeologici risalgono alla fine dell’Ottocento a seguito di ricerche condotte da Anselmo Anselmi. È solo però alla fine del secolo scorso che si cominciano a chiarire cronologia, estensione e significato del contesto.

 

Il villaggio, scavato a più riprese negli anni ’60 e ’90 del secolo scorso, è stato nuovamente e in maniera più ampia, indagato a partire dal 2015 dall’Università Sapienza di Roma, su concessione del Ministero della Cultura.

Gli studi hanno permesso di stabilire come l’abitato coprisse una superificie di 22-27 ettari collocandolo tra i siti maggiori dell’età del Bronzo finale (1150-925 a.C.).

Le abitazioni, di forma rettangolare, e ampiezza media di 100 mq, avevano fondazioni scavate nella roccia e alzati in legno, paglia e intonaco. Accanto a queste, strutture più piccole di 20-40 mq, erano probabilmente destinate a stalle, magazzini, laboratori.

I rinvenimenti floristici indicano come l’area del villaggio fosse poco alberata mentre il paesaggio circostante fosse ricoperto da una ricca vegetazione anche su alto fusto. Alcune specie caratteristiche della macchia mediterranea sembrano indicare che il clima fosse leggermente più caldo di quello attuale.

Ampie zone erano, poi, destinate alla coltivazione di cerali e, in minima parte, di legumi. Bacche e frutti spontanei erano raccolti per uso alimentare e/o officinale.

Anche l’allevamento era praticato e i resti faunistici testimoniano la presenza di suini, caprovini, utilizzati in parte per la produzione di lana, e bovini che venivano impiegati anche come forza lavoro per arare i campi o per trainare i carri. Meno praticata era invece la caccia, prevalentemente di grandi ungulati (cinghiali, cervi e caprioli).